Il coding non serve a nulla se non hai un’esigenza didattica definita

Il coding non serve a nulla se non hai un’esigenza didattica definita

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Capisco le perplessità della “didattica trendy” come quando andava di moda il circle time e tutti mettevano le sedie in cerchio, o il cooperative learning e tutti mettevano i banchi a 4, ignorando che sono ambedue tecniche mutuate dalla psicologia e che hanno sottese tecniche ben precise e soprattutto sono risposte ad esigenze didattiche definite.

La promozione del pensiero computazionale non serve a tutti, o meglio , se serve devi scoprirlo. Ogni metodologia deve nascere da un’esigenza didattica, diversamente c’è la creazione del bisogno come fanno la moda e la pubblicità o le ricette standard che ci propina il Miur.

Ora vi racconto da dove nasce il programma di coding (o meglio anche di coding) che ho proposto alle mie classi quest’anno.

Maggio scorso classe terza primaria, un’ alunna entra in classe spaventata: -Maestra c’è un MALATO nel telefono!- (Un “malato” per i non partenopei è “un pervertito”).

Il malato spione era collocato nell’occhio dell’app del gattino parlante per essere precisi.

Cerco di calmarla condividendo il suo problema con la classe, immaginando che i compagni l’avrebbero rassicurata…. ma sorpresa: Tutti sapevano del “malato immaginario” e lo temevano!

coding

Cos’era successo: dall’app smartphone del gatto, si erano attivate pubblicità verso una chat e in questa chat era possibile che ti contattasse un malintenzionato… e la fantasia ha preso il sopravvento…

Tuttavia nessuno dei “nativi digitali” le suggeriva di staccare la web cam, nessuno le diceva che disinstallata l’app si sarebbe confutato l’eventuale pericolo, nessuno le faceva notare che se non chattava non sarebbe accaduto nulla… tutti spaventati e pure tanto!

Allora quest’anno partendo da un brainstorming ho chiesto loro cosa fosse sotteso ai loro videogiochi e se fossero come la realtà.

Risposta: sì, nel videogioco posso fare tutto.

Io: ma super Mario non può volare se io voglio…

Risposta: si, se metti la modalità free!

Io: ma non può costruire ciò che gli pare…

Risposta: lui no, ma Minecraft si!

Sappiate che ho faticato un bel po’ a far emergere dai “nativi digitali”, che definirei “passivi ignari digitali”, che il videogioco è limitato dalla programmazione di qualcuno, pensano di essere loro i fautori di tutto.

Un po’ è pure comprensibile se guardate i videogiochi di ora rispetto ai nostri: Pac-man lo capivi benissimo quanto fosse limitato, manco in diagonale si andava…

Perciò , se avete avuto la pazienza di leggermi fin qui, io lavorerò fermamente sul pensiero computazionale, il suo esercizio che è il coding, ma gli farò smontare anche un pc o uno smartphone o tablet, (più trovo più smonto) e lavoreremo su hardware e software, sperando che a maggio prossimo nel telefono non ci sia più nessuno!

Valeria Famà – Professionisti Scuola

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